Due ore di strada per mezz'ora di visita. E' l'ultima costante dei miei giorni mentre nevischia o si riaffaccia un tiepido sole smorzato da aria gelida. Per raggiungere il reparto di rianimazione si passa attraverso il pronto soccorso, che mi sembra, ogni giorno che passa, sempre più la sala d'attesa di una stazione di autobus, fatta di famiglie, più o meno numerose, che aspettano il loro turno, con una quiete che ho smarrito da tempo. Mi domando tutte le volte, mentre sfreccio con andatura tipica da "milanese" se si tratti di rassegnazione o solo di apatia. In ogni caso, per fortuna, non ho ancora visto nessuno davvero sofferente, almeno lì. Il corridoio del reparto assomiglia a quello della nursery dove è nato mio figlio: tante grandi finestre con le veneziane, solo che quì la vita se ne va, invece di essere appena arrivata. Mentre mio padre resiste, attaccato al respiratore, gli altri letti si riempiono e si vuotano e spero sempre che, almeno loro, siano tornati a casa, da quelle persone che aspettano nel corridoio sbirciando attraverso le veneziane e a cui, di tanto in tanto, scappa qualche lacrima che scivola lungo le guance senza fare rumore. Un po' come le mie, che restano nascoste e relegate al percorso in macchina perchè è l'unico momento in cui posso concedermi di essere un po' debole.