Ormai trascino le mie giornate, dovrei avere il dono dell'ubiquità o, almeno, l'umiltà di ammettere che ho ormai raschiato il fondo della pazienza, delle energie, delle risorse. Mio padre giace, incosciente, da 12 giorni in rianimazione in attesa di capire se se ne andrà (e quando) o se ne uscirà (chissà come). Non ho più lacrime da piangere e mi tengo in piedi con la rabbia, l'unica che mi aiuterà a sopportare il periodo che ne verrà che si preannuncia denso di avvenimenti legali, legati alla possibile successione. Mi consola la vista di mio figlio, che non avrà mai, nel bene e nel male, l'infanzia che ho avuto io e che, spero, non si troverà al capezzale di suo padre (tra mille e mille anni) accanto ad una madre che non riconosce e non intende conoscere più, che è improponibilmente ingrassata (ma, in fondo, da che pulpito) e che somiglia improvvisamente ad un'orientale, con la fronte liscia (botox?) e gli occhi a mandorla (intervento di chirurgia estetica!). Ho la sensazione di vivere sospesa, in assenza di gravità e tempo, in una specie di limbo fatto di telefonate con bollettini medici, ninne nanne, pasti saltati, sorrisi forzati. E mi ritrovo a ripercorrere il vissuto e a raccontare l'Iliade e l'Odissea a mio figlio, come faceva mio padre con me, mentre lui, che ha quindici mesi, separa dai sacchetti della spesa, quello che va in frigorifero da quello che va nella dispensa.