Mio padre se ne è andato. Ho lottato per lui e con lui perchè ce la facesse. Abbiamo perso.
Adesso è il momento di lottare per mio figlio. Questa volta sarà all'ultimo sangue e senza quartiere. E vincerò.
Due ore di strada per mezz'ora di visita. E' l'ultima costante dei miei giorni mentre nevischia o si riaffaccia un tiepido sole smorzato da aria gelida. Per raggiungere il reparto di rianimazione si passa attraverso il pronto soccorso, che mi sembra, ogni giorno che passa, sempre più la sala d'attesa di una stazione di autobus, fatta di famiglie, più o meno numerose, che aspettano il loro turno, con una quiete che ho smarrito da tempo. Mi domando tutte le volte, mentre sfreccio con andatura tipica da "milanese" se si tratti di rassegnazione o solo di apatia. In ogni caso, per fortuna, non ho ancora visto nessuno davvero sofferente, almeno lì. Il corridoio del reparto assomiglia a quello della nursery dove è nato mio figlio: tante grandi finestre con le veneziane, solo che quì la vita se ne va, invece di essere appena arrivata. Mentre mio padre resiste, attaccato al respiratore, gli altri letti si riempiono e si vuotano e spero sempre che, almeno loro, siano tornati a casa, da quelle persone che aspettano nel corridoio sbirciando attraverso le veneziane e a cui, di tanto in tanto, scappa qualche lacrima che scivola lungo le guance senza fare rumore. Un po' come le mie, che restano nascoste e relegate al percorso in macchina perchè è l'unico momento in cui posso concedermi di essere un po' debole.
Ormai trascino le mie giornate, dovrei avere il dono dell'ubiquità o, almeno, l'umiltà di ammettere che ho ormai raschiato il fondo della pazienza, delle energie, delle risorse. Mio padre giace, incosciente, da 12 giorni in rianimazione in attesa di capire se se ne andrà (e quando) o se ne uscirà (chissà come). Non ho più lacrime da piangere e mi tengo in piedi con la rabbia, l'unica che mi aiuterà a sopportare il periodo che ne verrà che si preannuncia denso di avvenimenti legali, legati alla possibile successione. Mi consola la vista di mio figlio, che non avrà mai, nel bene e nel male, l'infanzia che ho avuto io e che, spero, non si troverà al capezzale di suo padre (tra mille e mille anni) accanto ad una madre che non riconosce e non intende conoscere più, che è improponibilmente ingrassata (ma, in fondo, da che pulpito) e che somiglia improvvisamente ad un'orientale, con la fronte liscia (botox?) e gli occhi a mandorla (intervento di chirurgia estetica!). Ho la sensazione di vivere sospesa, in assenza di gravità e tempo, in una specie di limbo fatto di telefonate con bollettini medici, ninne nanne, pasti saltati, sorrisi forzati. E mi ritrovo a ripercorrere il vissuto e a raccontare l'Iliade e l'Odissea a mio figlio, come faceva mio padre con me, mentre lui, che ha quindici mesi, separa dai sacchetti della spesa, quello che va in frigorifero da quello che va nella dispensa.
del "sorridi e annuisci" per quanto mi riguarda si libera del termine "sorridi". Annuisco perchè mi tocca ma non chiedetemi di sorridere... ai morti non si sorride, al massimo, se in vita hanno fatto qualcosa di buono, li si rimpiange, diversamente si tira un sospiro di sollievo e gettata una manciata di terra nella fossa, si passa oltre. Oltre c'è la mia vita. I morti, in questo caso non meritano nè rispetto nè pietà e dei morti ci si dimentica in fretta, anche se ancora camminano. Fidatevi, ve lo dice una che di morti se ne è lasciata dietro qualcuno.